A Roma, nella sede dell’Ordine nazionale dei giornalisti, si è riunita la Consulta dei presidenti e dei vicepresidenti degli organismi Regionali. Un solo tema all’ordine del giorno: le Scuole di giornalismo autorizzate. Un quesito su tutti: l’attività di controllo (e verifica) deve essere svolta solo dall’Ordine nazionale? Sì, secondo l’orientamento della quasi totalità dei convenuti. Anche se non è stata esclusa la possibilità di intervento da parte degli Ordini regionali, che potrebbero essere rappresentati sia negli esecutivi delle Scuole sia nel Comitato tecnico scientifico dell’organismo nazionale. Fermo questo punto, Vittorio Roidi, segretario dell’Ordine nazionale, dopo una lunga e complessa discussione, ha annunciato l’inizio di un lavoro per giungere a modifiche del “Quadro di indirizzi” sulle Scuole di giornalismo, anche sulla base di contributi futuri. Una modifica sostanzialmente di contenuti, ma anche di numeri. Numeri, perché Roidi – già nel suo intervento di apertura, ricordando le proposte sindacali di chiusura a tempo delle Scuole (18 in tutto, 16 operative) per limitare il numero di disoccupati postpraticantato –non ha escluso una possibile “misura politica” di riduzione dei praticanti ammessi dalle strutture autorizzate dall’Ordine (ipotizzata una percentuale del 10 per cento). Il segretario ha però ribadito un concetto: “Se si è bravi e preparati il mercato c’è”. Un’affermazione fondata ancora sui numeri: 9 professionisti su dieci (formati nelle Scuole) lavorano, anche se con diverse tipologie contrattuali. Inoltre, Roidi, nel corso dell’introduzione dei lavori, aveva sottolineato come, su base annuale, il numero di praticanti delle Scuole che sostengono l’esame di stato rappresentano il 12 (massimo 15) per cento dei circa 1200 candidati totali. E ora i contenuti. Contenuti che si reggono sul complesso equilibrio tra insegnamenti universitari e giornalistici. Sorvolando sugli accordi raggiunti nelle singole realtà, chi decide, relativamente ai giornalisti, se deve insegnare il professionista Bianchi o Rossi. E, soprattutto, chi decide cosa insegnare. E come. Al di là delle direttive del “Quadro di indirizzi”, c’è stata la proposta di istituire un “Albo dei formatori”. Insomma, chi è capace, secondo certificato, insegna. Su questo punto, il segretario ha espresso una certa perplessità: “È una idea molto difficile da realizzare. E, poi, i formatori devono essere autonomi. È indispensabile”. Tra l’altro, il neonato Coordinamento delle Scuole, ha tra gli obiettivi principali proprio lo studio delle modalità di insegnamento, nonché dei contenuti basilari. Lo stesso Coordinamento potrebbe partecipare alle riunioni del Comitato tecnico scientifico, così come gli Ordini regionali potrebbero essere coinvolti negli incontri delle Scuole. Sugli stage dei praticanti (delle Scuole) posizione quasi unica: sono colleghi, praticanti, non devono sostituire i professionisti in ferie o altro (sottraendo lavoro ai disoccupati), ma neppure stare con le mani nelle mani. Richiesto un utilizzo reale e costruttivo nel rispetto delle norme sindacali. Casomai, dovrebbero essere diversamente gestiti gli stagisti provenienti dalle Università. Comunque, un tavolo di lavoro ampio ma condiviso su più punti. Tra questi, la difesa e la valorizzazione del percorso universitario – in grado di garantire professionisti adeguatamente preparati e multimediali (nonostante i molti stop alla riforma dell’accesso alla professione) – e l’invito al Sindacato a rientrare nei propri compiti istituzionali. E veniamo ai singoli interventi registrati nel corso della Consulta. Bruno Tucci, presidente dell’Ordine del Lazio, ha affrontato più problemi: “Gli stagisti delle Scuole hanno poco spazio anche per la presenza in redazione di universitari che poi diventano abusivi” (ipotizzata una trattativa con la Fieg sulle modalità di accesso in redazione degli stagisti). Confermata la bontà del percorso universitario contro i ciucci: “Sulle Scuole l’ultima parola spetta all’Ordine nazionale”. Sull’ ammissione agli esami, per Tucci sono necessarie regole uniche e uniformità di giudizio. E, più in generale, maggiore rigidità anche in sede nazionale: sotto accusa il “buonismo della Commissione ricorsi”. Sulla necessità di uniformità di giudizio sull’ammissione agli esami (praticantati d’ufficio, ma anche freelance) si è espresso anche Maurizio Paglialunga, presidente dell’Ordine del Veneto. E ancora: “Gli stagisti spesso sono forza lavoro a costo zero”; sull’argomento numero di allievi (e relative polemiche sindacali), Paglialunga ha proposto di approfondire la capacità di assorbimento del mercato. Infine, la richiesta di nuove regole nel segno della chiarezza e della trasparenza (anche finanziaria) nel rapporto con le Scuole in convenzione: dal legame (“scarso”) con gli Ordini regionali alle rette sborsate dagli allievi (“Scuole solo per ricchi?”). Silvano Rizza, del Comitato tecnico scientifico dell’Ordine e tra i fondatori dell’idea Scuole, è andato via diritto: “Mi occupo solo di Scuole da circa venti anni e l’esperienza mi dice che solo due o tre sono buone”. Gli stage? “Sono l’essenza del percorso formativo”. Sui ventilati squilibri occupazionali, Rizza ha aggiunto: “Bisogna impedire che ne nascano altre o quantomeno autorizzare nuove strutture tenendo conto delle condizioni di mercato”. “L’opzione universitaria è irreversibile”, secco l’esordio di Ermanno Corsi, presidente dell’Ordine della Campania. Sul potere di controllo da esercitare nei confronti delle Scuole, Corsi ha affermato: “Non si può escludere l’assegnazione di alcune funzioni agli Ordini regionali”, tra cui la determinazione del numero di allievi da ammettere nella struttura di competenza. Per Michele Partipilo, presidente dell’Ordine della Puglia, più che chiudere o stoppare le Scuole, è necessario intervenire sui praticanti fuori controllo (d’ufficio e freelance). “Le Scuole sono l’unica strada per avere giornalisti sempre più preparati, ma si devono anche individuare gli strumenti per farle funzionare”. Poi, due proposte: l’istituzione dell’Albo dei formatori e il voto degli allievi sugli insegnanti (da tagliare se non adatti), che alcune scuole già adottano. Oreste Lopomo, presidente dell’Ordine della Basilicata, ha diviso il suo intervento in più punti: “Sulla formazione, è indispensabile un compromesso tra Università e Ordine per ottenere giusti risultati”; “Lo stage deve essere costruttivo e operativo”; “Il sindacato sta distruggendo il ruolo dell’Ordine”. E infine: “Gli Ordini regionali devono essere rappresentati nel Coordinamento delle Scuole”. Per Fabrizio Franchi, presidente dell’Ordine del Trentino Alto Adige, le Scuole garantiscono la formazione, ma bisogna porsi “il problema del numero totale dei praticanti provenienti dalla strutture convenzionate, perché contemporaneamente diminuisce il potere contrattuale, indebolito anche dai ricatti cui devono sottostare abusivi e precari”. Franchi ha, poi, adombrato possibili situazioni a rischio, relativamente ai finanziamenti percepiti da alcune Scuole. Francesco De Vito, del Comitato esecutivo dell’Ordine nazionale, contrario al blocco per due anni dei corsi autorizzati (“una posizione sindacale meno minoritaria di un tempo”), ha spostato il problema sul riconoscimento dei praticantati d’ufficio (“spesso molto improbabili”). Sulla questione delle ammissioni agli esami, negate dagli Ordini regionali, ma poi approvate in sede nazionale, ha precisato: “Sono pochi episodi. Ineliminabili. Per quanto riguarda il resto, bisogna dare atto alla Commissione ricorsi dello sforzo massimo prodotto nell’applicazione dei criteri interpretativi dell’articolo 34”. Ezio Ercole, vicepresidente dell’Ordine del Piemonte, invece si è soffermato soprattutto sulla preparazione: “Perché non studiamo qualcosa per favorire la crescita culturale dei pubblicisti? La risposta potrebbe essere un master, in convenzione universitaria (per laureati), finalizzato all’approfondimento delle conoscenze professionali”. Per Elio Pezzi, vicepresidente dell’Ordine dell’Emilia-Romagna, l’organismo nazionale deve mantenere i poteri di controllo e verifica sulle Scuole, anche se va rinnovato il quadro normativo. Comunque, “non possiamo rinunciare alle scelta universitaria”. Sul blocco dei corsi delle strutture in convenzione, una proposta all’insegna del turn over tra le Scuole. Giannetto Sabbatini Rossetti, presidente dell’Ordine delle Marche, ha insistito sulla diversità di giudizio dei singoli organismi regionali nel trattare i riconoscimenti d’ufficio e le richieste dei freelance: “Ci vogliono delibere quadro per stabilire i criteri”. E poi: “Gli stagisti praticanti devono lavorare non guardare, altrimenti non ha senso. Fermiamo quelli provenienti dalle Università”. Infine: “Il sindacato facesse la contrattazione, non possiamo bloccare il mondo. I disoccupati si qualifichino”.Maria Pia Farinella, consigliere dell’Ordine nazionale, si è soffermata sull'avanzamento da parte delle donne nel mondo del giornalismo, da attribuirsi alla diffusione delle Scuole di giornalismo, perché, nei processi di formazione, le donne non sono mai seconde. Giulio Mastroianni, consigliere dell’Ordine nazionale, invece, ha proposto tre punti specifici su cui lavorare nel prossimo futuro: criteri unici (da parte degli Ordini regionali) relativamente all’iscrizione al registro dei praticanti; utilizzo di soli disoccupati e stagisti (provenienti dalla Scuole autorizzate) per le sostituzioni nelle redazioni; infine, la presenza degli Ordini regionali sia negli esecutivi delle Scuole sia nel Comitato tecnico scientifico dell’organismo nazionale. Alla Consulta sono intervenuti il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, che ha definito la riunione “proficua”, e il direttore dell’ente, Ennio Bartolotta.
(g.c.)