Che mondo di Social. Bisogna prenderne atto. Soprattutto lo devono fare i giornalisti che, per mestiere, sono i primi a dover raccontare subito il presente. Bisogna insomma capire, con serena lucidità, che i social sono entrati di forza nelle pagine della cronaca internazionale e forse anche della Grande Storia.
Se volete una prova, basta scorrere le ultime drammatiche vicende che provengono dall'Iraq e dalla Siria. Oppure quando negli Stati Uniti, a Ferguson, un poliziotto ha ucciso un giovane di colore, Michael Brown, scatenando una rivolta che ha diviso l 'America e il mondo intero.
I social non si limitano più a fornire notizie in tempo reale, ma addirittura condizionano i fatti stessi alimentando una catena di reazioni a volte incontrollabili. Sono armi a doppio taglio: da un lato aiutano a conoscere e fanno controinformazione; dall'altro diventano sofisticati strumenti per reclutare nuove leve e fare propaganda capillare.
Una testimonianza arriva dall'avanzata dell'Isis. Che non è solo militare, con la brutalità spietata che conosciamo, ma anche mediatica e informatica, utilizzando la liquidità della rete e la potenza di fuoco dei social. L'Isis infatti non solo condanna l'Occidente, ma conoscendolo bene, si rifà ad esso attaccandolo con i suoi stessi strumenti. La guida alpina francese, Herve Gourdel, decapitata in Algeria da un gruppo jihadista, era stata rintracciata dai terroristi tramite la pagina Facebook della stessa vittima.
Ma c'è il rovescio virtuoso della medaglia. Un gruppo di musulmani inglesi ha fatto partire una campagna sui social network per condannare pubblicamente l'Isis. #Notinmyname è il loro hashtag di riferimento su twitter. "I miliziani non devono essere identificati con la nostra religione" scrivono in 140 caratteri.
Anche la Primavera Araba per diffondersi ha fatto ampio uso dei social. Con Twitter e Facebook le nuove generazioni di egiziani, tunisini e libici, yemeniti, siriani sono entrati in contatto con la politica. Lo dicono, dopo aver analizzato oltre 3 milioni di tweet, ore e ore di Youtube e fiumi di blog, gli studiosi del Projet on information technology and politica Islam dell'università di Washington. Gli arabi utenti di Facebook sono circa 45 milioni, 2 quelli di Twitter. Ebbene, secondo questo studio gli arabi che fanno uso dei social "sono più aperti e tolleranti rispetto alle opinioni di altri Paesi".
Andiamo in Asia. Un altro caso interessante, per capire come il web sta cambiando la vita delle persone in Cina, è quello capitato a Kunming, nel Sud Ovest del paese. Una ragazza, in fila in un bar della stazione, con il suo smartphone smanetta su Sina Weibo, uno dei social più diffusi . Un uomo improvvisamente con due coltelli attacca chiunque gli passa vicino. Un massacro. La ragazza, invece di scappare, scrive 140 caratteri e "invia" la notizia in rete diventando la prima reporter di una delle stragi più sanguinose dall'eccidio di Piazza Tiananmen.
A fare la differenza è la velocità. In Cina metà della popolazione è connessa a internet e l'80% lo è tramite un telefono cellulare. Non sorprende quindi che la ragazza (@Dione) abbia preceduto i giornali locali di circa 50 minuti e che la televisione cinese abbia annunciato la strage ben due ore e mezza dopo.
Un altro episodio che fa da spartiacque è l'uccisione del 18enne Michael Brown negli Stati Uniti lo scorso agosto. I social hanno avuto un ruolo fondamentale per far conoscere all'opinione pubblica cosa fosse successo. Come scrive Gianni Riotta sulla Stampa "Trent'anni fa la morte di questo ragazzo ucciso a Ferguson, sobborgo afroamericano a St. Louis, in Missouri, avrebbe fatto notizia in città, in un trafiletto in cronaca, un servizio nel tg cittadino. Ma viviamo nell'era dei social, la vicenda rimbalza nel mondo e costringe il presidente Obama a interrompere le sue tormentate vacanze e parlare al paese".
Ultimo particolare. Tra i manifestanti c'è anche Jack Dorsey, cofondatore di Twitter, nato a Saint Louis e poi trasferitosi a studiare all'università di New York dove ha sviluppato il social media con i messaggi di 140 caratteri. Jack, appena sa la notizia, annuncia via Twitter che sta tornando a casa. Una volta arrivato inizia a trasmettere il video della protesta usando l'hashtag #HandsUpDontShoot, cioè "Mani alzate non sparate!" come urlavano i manifestanti più pacifici. Un ottimo esempio di giornalismo sul campo. E di come si può tradurre nella pratica una buona invenzione.