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Terra di Libertà, la Seconda Guerra mondiale raccontata in territorio d'Abruzzo

17/03/2015
Abruzzo. Idee e testimonianze di vita. Di persone famose o sconosciute, italiani o stranieri. Che hanno lottato, sofferto e dato la vita per la libertà di tutti. Così si presenta “Terra di Libertà”, un libro curato a quattro mani dalla giornalista Rai Maria Rosaria La Morgia e dallo storico Mario Setta, che racconta storie di uomini e donne nell’Abruzzo nella Seconda guerra mondiale. Un volume che riprende una delle pagine più tristi della storia del secolo scorso e si concentra sul fenomeno dell’assistenza spontanea da parte di decine di migliaia di persone agli ex prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento.
 
Ex prigionieri inglesi o provenienti dai paesi del Commonwealth, catturati sul fronte africano. Ma non solo. Anche americani. Con loro, militari e antifascisti che si trovarono ad attraversare l’Abruzzo nel tentativo di raggiungere le linee alleate.
 
Guerra. Terrore. Morte. Disperazione. E in questo quadro desolante la volontà di resistere, di non morire. Diverse le immagini che ci raccontano questo periodo in terra d’Abruzzo: i bombardamenti, i campi di concentramento di Chieti, Sulmona, Avezzano. Le fughe dei prigionieri di guerra alleati. E le testimonianze, soprattutto.
 
Trentacinque testimonianze di personaggi famosi e non, con un filo conduttore: la libertà “aspirazione e traguardo di ogni protagonista, in un tempo in cui la libertà era perseguitata, martoriata, assassinata”. Virginia Macerelli, la sopravvissuta dell’eccidio di Pietransieri, la lettera del pastore Michele Del Greco, prima di essere fucilato. La lunga sfilata delle dichiarazioni autobiografiche dei prigionieri di guerra: da Krige a Furman, da Derry a Fox, da Simpson a Goody, fino a Verney.
 
Ma anche il racconto di Carlo Azeglio Ciampi: Sono stati ricordati i rapporti miei, antichi e recenti, con la terra d’Abruzzo. Sono rapporti che lasciano un segno. Vissi qui alcuni mesi particolarmente intensi. Posso testimoniare di persona, per esserne stato beneficiario, di quello che fu l’atteggiamento degli abruzzesi nei confronti di coloro che si trovavano in condizioni di bisogno, fossero essi prigionieri alleati, fossero essi ebrei, fossero ufficiali o soldati dell’esercito italiano. Io qui passai alcuni mesi con alcuni amici, in particolare con un amico ebreo, un vecchio amico livornese. E un episodio, in particolare, mi è rimasto impresso nella mente. Quando, camminando una sera per una piccola via di Scanno, da una finestra un’anziana scannese mi fece un cenno, mi invitò a salire nella sua casa e mi offrì un pezzo di pane e un pezzo di salame. Questo mi ricorda quel bellissimo libro che hanno scritto gli alunni e gli insegnanti di una scuola di Sulmona – e che io conservo gelosamente – il cui titolo, se ben ricordo è “E si divisero il pane che non c’era”».
Chiediamo ora a Maria Luisa La Morgia qualche spiegazione in piu’ sulle motivazioni che l’hanno spinta a realizzare questo volume.
 
D. Storie straordinarie. Esemplari. Perché avete scelto di inserire proprio queste testimonianze? Cosa le accomuna? 
 
Sono accomunate da vari fattori: il tempo, il luogo, il temperamento. Il tempo che hanno vissuto è stato tra i più drammatici della storia del ventesimo secolo: la seconda guerra mondiale. In particolare il periodo dell’occupazione tedesca in Italia, dall’armistizio alla liberazione. Un tempo che porta la guerra in casa: i bombardamenti alleati da una parte e gli eccidi, la fame, il terrore dall’altra. L’Abruzzo, una regione divisa dalla linea Gustav, che assiste e subisce le prime terribili stragi: a novembre Pietransieri (128 morti), a gennaio S.Agata di Gessopalena (41 morti) e poi Capistrello, Filetto, Onna, ecc. Una sequela di episodi che offre l’immagine d’una terra calpestata e violentata, di gente derelitta e schiacciata. Sfollamenti, abbandoni, fughe e ricoveri di montagna. E in questo quadro di abbandono e di disperazione, la volontà di non morire. La forza di resistere e sollevarsi dalle macerie dei corpi ammucchiati e delle pietre accumulate. E di qui il terzo fattore: il forte temperamento, che emerge dalla testimonianza di una bambina di 7 anni, Virginia Macerelli, la sopravvissuta dell’eccidio di Pietransieri. O dalle azioni di uomini come Rocco Santacroce, Mario Scocco, Roberto Cicerone, Vincenzo Pistilli, Domenico Silvestri, Michele Del Greco… Tutti determinati a difendere ed affermare la propria e l’altrui dignità di persona umana. Proprio da queste storie è nata la tipologia di “Resistenza Umanitaria”. Non solo, ma anche “Resistenza Armata”, con la nascita nel dicembre 1943 della “Brigata Maiella” ad opera di Ettore Troilo. Una formazione unica nel suo genere, che contribuirà a liberare l’Abruzzo, continuando a combattere con l’esercito alleato per liberare il Centro-Nord Italia, fino al Veneto.
 
 
D. Le donne hanno un ruolo di primo piano, sottoponendosi a fatiche e a pericoli: sono loro spesso che accompagnano il marito per portare il cibo nei rifugi in montagna, con pentole sulla testa, ma anche esponendosi in prima persona, sia come padrone di casa che prendendo delle iniziative.  Ce ne parlate? 
 
Le donne ebbero un posto di rilievo nella vicenda dell'aiuto ai prigionieri alleati. Purtroppo, subito dopo la guerra, al momento dell'assegnazione dei meriti e delle colpe, il ruolo della donna, che non poteva essere negato, fu minimizzato a volte anche svilito con insinuazioni offensive. Il maschilismo di cui era fortemente impregnata la società dell'epoca assegnava alla donna due ruoli antitetici: santa o peccatrice. Ruoli, però, sempre secondari e comunque funzionali a quello primario assegnato all'uomo. Questo modello interpretativo ha fatto sì che molte donne, pur impegnate straordinariamente nell'azione umanitaria di soccorso ai prigionieri, temendo di non essere considerate sante, negarono o sminuirono la loro attiva partecipazione. Altre donne, invece, più battagliere e ribelli, che cercarono di far valere i loro giusti meriti, diventarono oggetto di campagne diffamatorie, dalle quali solo pochissime uscirono indenni. L' aiuto che fu dato ai prigionieri non si risolse soltanto nel dare “il pane che non c'era”, ma si manifestò concretamente e moralmente grazie a quella solidarietà tipica delle famiglie povere di mezzi ma ricche di affetti. E' nel calore della famiglia, tra le mura domestiche che si opera la ricostruzione di personalità distrutte da anni di guerra e di prigionia. Trattati nuovamente da esseri umani in una nuova famiglia, i prigionieri rinascono a nuova vita. Ricominciano a sperare e a credere nel loro futuro. Si tratta di un aspetto della Resistenza, rimasto per decenni in ombra o assolutamente ignorato dalla storiografia e dalla memorialistica. Un fenomeno che solo negli ultimi tempi è stato evidenziato, attraverso la pubblicazione delle memorie e degli studi di storici inglesi e italiani. Soprattutto dall’opera di Roger Absalom.
Si capisce, quindi, Alba De Céspedes quando racconta: « Attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lì da molti giorni. Erano italiani, per lo più: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e la razza. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro.»
Ci sono state non solo donne che hanno agito all’interno delle famiglie o delle case ma anche donne attivamente partigiane come Iride Imperoli Colaprete, la staffetta Sulmona-Roma, o quelle che hanno difeso la vita degli ex-prigionieri fuggiaschi davanti ai fucili spianati dei tedeschi, come Maria Di Marzio o Elisa Silvestri.
 
D. “Nella storia dell'Italia del biennio 1943-45 le vicende dell'aiuto che gli ex prigionieri trovarono tra i contadini abruzzesi ci aiuta a comprendere la complessità della situazione di allora e a superare l'immagine stereotipata di una contrapposizione netta tra amici e nemici”. Come si distinguono gli equilibri tra storie individuali e storia collettiva, tra distanza esistente e punto di vista, tra esperienza  umana del singolo e rappresentazione generale di una situazione? 

Queste parole della storica Elena Aga Rossi, nella sua introduzione al libro, ci conducono a riflettere sul che cosa è la storia. Se “la storia è l’uomo”, come ripetutamente hanno sottolineato L. Febvre, F. Braudel, i grandi maestri della storiografia contemporanea, allora è necessario guardare l’uomo così com’è: amico/nemico, buono/cattivo, bello/brutto. Una classificazione stereotipata che ci deriva dalla cultura dominante. Per cambiare l’uomo, perché l’uomo possa diventare “il capolavoro della natura”, come diceva Goethe, è necessario che sia modellato, plasmato, formato sulla base dei valori fondamentali dell’umanità, come la Pace, la Libertà, la Giustizia, l’Uguaglianza, e con metodologie pedagogiche funzionali ad un simile obiettivo. Forse, per questo, il Presidente emerito della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, di cui nel libro si riportano alcune pagine del diario sul Sentiero della Libertà, la traversata da Sulmona a Casoli, nel discorso agli studenti, in occasione dell’inizio dell’anno scolastico e della riapertura al pubblico del Vittoriano, tenuto a Roma il 24 settembre 2000, offre questo suggerimento: “Provate a scrivere voi la storia d’Italia; raccogliete le memorie dei vostri paesi, delle vostre città. I vostri insegnanti potranno aiutarvi…”

Sembra un invito a raccogliere storie individuali per inserirle nella storia collettiva, intesa come presentazione esatta dei fatti, prescindendo dalle diverse interpretazioni. In tal modo la storia assumerebbe esplicitamente il carattere di “ricerca”, per cui “lo storico non è colui che sa, ma colui che cerca” (Febvre). Sotto il profilo dell’idea di storia maestra di vita, Roger Absalom, alla cui memoria il libro è dedicato, ha scritto: « Ciò che successe in quel di Sulmona fu solo un tassello del mosaico dell’assistenza agli ex prigionieri che interessò tutta l’Italia centro-settentrionale. Mettendo tali tasselli pazientemente insieme, si può capire il sentire profondo di chi è stato ex prigioniero in quel momento della storia e di chi è stato coinvolto nell’aiutarlo. Mi sento, comunque, autorizzato a dire che a quella storia si può attingere anche adesso, come ad una fonte di reciproca comprensione, di antica saggezza, per riscoprire la nostra “umanità” e per sopravvivere, come dicevano le madri contadine, “facendo del bene”.»
 
D. Sono stati molti gli ex prigionieri tornati a Sulmona per rivedere il campo di concentramento? 
 
In passato molti di loro sono tornati, oggi figli e nipoti tornano sulle tracce di genitori o nonni. Molti hanno lasciato scritte e pubblicate le loro memorie. Un’epopea, come è stata definita da uno di loro: Uys Krige. E poi John Furman, Sam Derry, Jack Fox, Donal Jones, William Simpson, Jack Goody, ecc.. fino a Verney che, tornando nel dopoguerra, scrive: «Sono venuto per riprendermi qualcosa. L’interesse per la vita, si potrebbe dire, o il gusto per le cose essenziali, come pane, formaggio, salsicce, aglio… Sono venuto qui per rivivere un'esperienza, ricordare l'importanza della gentilezza disinteressata, apprendere di nuovo una lezione che ho imparato in Italia durante la guerra...»
Nel maggio del 1998 Jack Goody, uno dei maggiori antropologi di fama mondiale, professore emerito di Antropologia sociale presso il St John’s College, all’Università di Cambridge, i cui libri sono tradotti in varie lingue, è tornato in Abruzzo, a visitare il Campo di concentramento n. 78 di Fonte d’Amore a Sulmona. Si è avvicinato alla baracca che l’aveva visto prigioniero ed è rimasto solo, pensoso, profondamente emozionato. Forse, in quegli attimi, ha ripercorso la sua vita e i momenti più atroci del tempo di guerra. Un tempo, che Goody ha raccontato, in terza persona, nel libro autobiografico, Oltre i muri. La mia prigionia in Italia. Anche la moglie, Juliet Mitchell, famosa nel mondo per i suoi studi sulla donna, andò con lui a rintracciare la grotta, nelle vicinanze di Cocullo, dove Jack era rimasto nascosto per qualche tempo. In una conferenza tenuta all’Università di Teramo, il 1° aprile 2002, Goody ha ricordato il suo breve periodo di fuga sulle montagne abruzzesi: «Non ho passato molto tempo in Abruzzo, ma il tempo che vi ho passato è stato molto intenso e mi ha segnato per sempre. […] In realtà furono molto gentili, ci dettero qualcosa da mangiare e ci mostrarono una grotta dove poterci stendere e nasconderci meglio. Da lì in poi, si presero buona cura di noi.»